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Messaggio Da Sibilla Aleramo il Mar Giu 04, 2013 8:36 pm

L’Albergo Lamone sta sempre lì a Marradi, dà le spalle alla ferrovia. È un edificio giallino con la scritta verde bottiglia, e le tre stelle un po’ sfalsate. Sotto, il bar “8 marzo” si permette ampie vetrate e tavolini sul marciapiede, quando il tempo e la stagione sono buoni. Mentre l’osteria rosticceria è un piccolo locale dalla scritta un po’ naive. Marradi, appennino tosco emiliano, zone dove durante la seconda guerra mondiale, tedeschi e americani sono rimasti in scacco per mesi. Ma quando io e Dino Campana passammo il Natale all’albergo Lamone la guerra in corso era un’altra, perché era il 1916. Le trincee stavano altrove. E il piccolo paese di Marradi era lontano dalla guerra. Mentre noi ci attorcigliavamo dentro un dramma e una storia che di pacifico non aveva nulla e di drammatico proprio tutto.
Dino Campana era un poeta. Un poeta matto, per dirla subito così e non mettere in gioco equivoci. Che fosse “el matt” del paese lo capiscono subito tutti, sin da quando aveva 15 anni, ma questo non gli impedì di studiare, prendere la maturità e iscriversi all’università. Poi era inquieto: partiva e tornava, fuggiva verso viaggi misteriosi in Argentina, di cui mai si seppe molto.. E c’è persino il dubbio che non fosse neanche così matto, così si pensa, almeno fino a un certo momento.
Quando incontrai Campana ero sulla soglia dei quarant’anni. Lui quasi dieci di meno. Ha già attraversato momenti difficili, e ricoveri per crisi ossessive e la sua vita è su un crinale balordo.
È il 3 agosto 1916, ed è mattino presto quando ci incontrammo per la prima volta. Dalla corriera che si arrampica sino al paesino scende un personaggio che nessuno fino ad allora aveva mai visto. Io, una donna in bianco con un grande cappello: vado dritta verso Dino Campana che mi aspetta appoggiato a un muretto. Poco tempo prima gli avevo scritto, dopo la lettura dei Canti Orfici: «Chiudo il tuo libro, le mie trecce sciolgo».
Eccola la seduzione. Lui che aveva condotto un’esistenza priva di sentimenti amorosi fino a quel momento si atteggia un po’ a uomo fatale che non si lascerà coinvolgere. E invece tra noi due nasce una passione furibonda. E il termine furibondo non è solo un eufemismo.
Lui è un barbaro poeta, soffre di ossessioni, di cattivi pensieri, non dorme la notte, ha la percezione del suo talento, ma anche addosso la tristezza e la pacata gentilezza di chi trova ogni tanto uno spiraglio nella sua mente che gli consente di capire con più profondità di altri. E io sono io, un’eroina romantica delle lettere con un talento e un coraggio per il vivere con intensità. Gli concessi una passione che lui non pensava potesse seguire i sentieri dei sensi, al massimo la via della letteratura, l'amore per i versi e i poeti.
Lo sedussi, si, nel senso etimologico del termine. Dino è un provinciale, e anch'io lo sono, ma lo nascondo meglio. La sua follia iniziale è nella gelosia. Gli promisi che sarei esistita solo per lui, ma la sua mente era attraversata da venti freddi che la squassavano. In quei pochi giorni di agosto lui trema per me e io lo amo. Probabilmente lo amo davvero. In un modo che non si capisce troppo bene, come non si capisce mai troppo bene quando l’amore è in questo modo.
Dopo quei pochi giorni intensi ripartii, con la corriera, con i bagagli, e con il cappello bianco. Alla fine di settembre ci incontrammo di nuovo. Questa volta mi trascina in una villetta in affitto, a Marina di Pisa, e comincia la danza della follia. Lui mi chiede dei miei amanti, io li ammetto, lui mi sputa in faccia, poi mi picchia, e io fuggo, piena di lividi, percossa, ma anche appassionata. La sofferenza brucia sempre fino alla fine, chiede il sacrificio sull’altare della passione. E io torno. Mentre Dino si trasforma ogni giorno. È un poema maledetto. Ora mi dà del voi, e mi tratta come una prostituta, una donna con la quale può atteggiarsi a gigolò. Manda lettere agli amici dove dice di «aver trovato una sistemazione come ganzo di una nota puttana». E io, io sono attratta dal suo lato violento e folle.
«Saremo un gemito solo», scrivo, ma i gemiti di passione si mescolano alle urla, al dolore, alle botte, alla testa di Dino che sembra scoppiare, alle sue notti insonni dove vaga senza un centro con ossessioni che non sa controllare.
Nonostante questo passiamo il Natale assieme, in una Marradi, il suo paese natio, dove ci sono solo vecchi e nessun amico; “el matt” mi porta in un albergo, il Lamone, che mostrava allora tutta la sua parte squallida. È il Natale del 1916.
Qui accade qualcosa di sottile e terribile, come se l’amore, la passione, avesse generato il disastro aggravando una follia presente ma non così devastante. La follia attrae le menti che hanno conosciuto e subìto la follia, e le lega assieme. Dino mi chiede aiuto, comprende di essere in pericolo. Lo porto da uno psichiatra. La pazzia di Dino viene dall’infezione venerea e lo psichiatra mi spiega che non c’è niente da fare, che lui dovrà curarsi a lungo; e mi prega di andarmene via, perché non è possibile, perché non c’è scampo, e rischio di ammalarmi anch'io di sifilide.
Lui va in ospedale per curarsi, io non dovrei più farmi viva. Sarebbe meglio così. Sarebbe, appunto. Ma tutto questo non accade. Perché, dopo un mese di cure lui è più calmo, e io? Comincio a mandargli lettere. Appassionate, si intende. Lui mi chiede di tornare. Io rispondo di no, ma poi scrivo: «ti amo ancora». Vivo l’amore profondo e intenso come distruzione totale. Lo cerco e fuggo, dico di amarlo e lo schivo. Forse se Dino fosse stato meno pazzo io sarei stata la sua vera storia d’amore.
Ma se fosse stato meno pazzo Dino e Sibilla non si sarebbero non amati (e dico proprio non amati) in quel modo.

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Messaggio Da Virginia Woolf il Mer Giu 05, 2013 11:10 am

Ho letto la tua storia e ne provo brividi che potrei collocare fra l'invidia e il sollievo di non essermi mai affidata ad alcuno come tu hai fatto. O forse ho amato anch'io così, ma chi non avrei mai dovuto amare, una donna. Una delle mie migliori amiche.
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Messaggio Da La Duse il Mer Lug 31, 2013 9:40 am

Cara Sibilla, ho trovato un tuo passaggio e lo riporto qui.

Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d'incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell'abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola.
Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.


... e ti ringrazio, giacchè mi piace ogni parola, che trovo perfettamente congeniale ad una mia personalissima, doverosa e dignitosa rinascita.
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